L’utero tra scoperta, medicalizzazione e rimozione

Per proseguire il percorso di Cose Nostre, che ha visto due cicli di incontri (uno sul ciclo mestruale e uno sulla vagina), abbiamo pensato a un terzo ciclo di ricerca – anche materiale – dentro noi stesse, che interessa l’utero e il seno.

Come abbiamo fatto per gli altri cicli, non intendiamo fermarci a una “patina superficiale”, ma vorremmo indagare i tabù, che in merito sono ancora molto forti.

Dopo il primo incontro di questo terzo ciclo di Cose Nostre, riportiamo alcuni spunti emersi dalle nostre discussioni e dai contributi scritti che alcune donne ci hanno inviato.

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La “scoperta” dell’utero

L’utero viene “scoperto” da molte donne quando si manifesta una malattia che lo coinvolge, oppure quando si decide di provare ad avere un figlio. In questo secondo caso, a volte le donne stesse tendono a non condividere l’esperienza della maternità con altre donne che non l’hanno provata, l’utero però in quel momento inizia automaticamente a coincidere con il bambino. Essendo il periodo della maternità uno dei maggiormente medicalizzati, si finisce per avere un filtro medico, che oggettivizza l’utero e lo finalizza nella maternità. Lo stesso può capitare  in caso di aborto volontario e aborto spontaneo.

L’utero viene quindi associato alla sua funzione (o a una malattia), e non percepito come parte di noi stesse, da conoscere a prescindere da “l’uso” o dalla situazione.

Come vediamo l’utero?

Dov’è l’utero, e com’è? Si sente dall’esterno? È forte o debole, duro o molle, grande o piccolo?

Molte, provando a pensarci, lo immaginano molto più grande di quello che è realmente, soprattutto durante mestruo e premestruo.

Per alcune di noi è difficile visualizzare l’utero o addirittura pensare che sia parte attiva nel processo del ciclo mestruale. Mentre le ovaie riescono ad avere una collocazione ben precisa, per molte di noi l’utero viene spesso lasciato da parte nell’immaginario – forse proprio perché viene sempre collegato alla maternità, e probabilmente anche le informazioni scientifiche che riceviamo tendono a cancellare la sua funzione oltre quella della gravidanza.

Anche quando facciamo un’ecografia, tendiamo a guardare solo cosa appare sul monitor, ignorando quello che sta succedendo al nostro corpo, i gesti della ginecologa, e così via. Cosa vediamo quindi nel monitor? Una parte di noi? E perché non ascoltiamo il nostro corpo durante la visita?

Crediamo che anche questo derivi da una concezione medico-illuminista del corpo, secondo cui siamo fatte di “pezzi” osservabili e curabili separatamente. Crediamo anche che questa modalità esclusivamente visiva ed “esternalizzata” di sentire il nostro utero si iscriva nel cerchio della perdita di materialità in atto, che comporta anche un allontanamento da sé e la percezione della materia come qualcosa di “sporco”.

La rimozione dell’utero (e dell’idea stessa) 

La pratica medica della rimozione dell’utero – che era molto frequente fino ad alcuni decenni fa – ci ha fatto aprire un dibattito sulla possibilità di scelta in caso di malattia. Anche il papilloma virus viene spesso trattato con operazioni chirurgiche spesso molto invasive, quando invece potrebbe essere tentata una strada differente. Le donne sono veramente in grado di scegliere del proprio corpo?

Il ruolo del medico è nuovamente risultato centrale: in molti casi vengono suggerite delle operazioni anche se non necessarie, e le donne spesso non si sentono in grado di controbattere, lasciandosi sopraffare dall’autorità dello specialista. E si rivolgono allo specialista anche quando non sarebbe strettamente necessario, alla ricerca di soluzioni mediche ai propri malesseri di qualsiasi tipo.

Sarebbe auspicabile un rapporto più equo, dove la possibilità di scelta passi anche dalla condivisione di informazioni e comprenda una valutazione dell’intera persona e non solo del “pezzo malato”. Questo pare impossibile negli ospedali, dove lo stesso personale medico è messo sotto pressione, con tagli alla sanità che costringono a lavorare in condizioni sempre più complicate e normate da protocolli impersonali.

L’utero è stato spesso rimosso anche dalle teorie e pratiche femministe, prima come liberazione di sé attraverso la negazione della maternità, e poi come grande escluso dalle tematiche legate al piacere. Rispetto al passato, quando l’utero veniva rivendicato e menzionato come parte importante del nostro corpo e mezzo per l’autodeterminazione (“l’utero è mio e lo gestisco io”), ultimamente il linguaggio – anche femminista – tende a non menzionare l’utero molto facilmente, come tutto ciò che è troppo materiale, troppo terreno.

Viene normata l’esperienza corporea, anche attraverso i termici scientifici, che oggettivizzano qualcosa che è/dovrebbe essere strettamente soggettivo, e lo nominano associandolo alla malattia. Ieri, l’isteria: che era una concezione del tutto maschilista, che vedeva l’utero come contenitore di umori “sbagliati”. Oggi, l’endometriosi: ed è allarmante riscontrare come l’informazione a riguardo sia ancora molto scarsa, e come il dolore patologico venga spesso sottovalutato come qualcosa di scontato per le donne – sei donna, hai il ciclo e devi soffrire – oppure ti si proponga un approccio invasivo e chirurgico. Non viene presentata una via di mezzo tra normalizzazione del dolore, e patologizzazione dello stesso.

L’utero viene considerato alla stregua degli altri organi, quando si comporta del tutto diversamente, si rinnova ogni mese, cambia dimensioni durante il ciclo, e cambia moltissimo durante la gravidanza, è l’organo meno statico dell’organismo!

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