Cose Nostre: un laboratorio di creatività vaginale

Abbiamo immaginato questo secondo ciclo di Cose Nostre sulla scia della buona riuscita del primo, in cui era emerso, tra le altre cose, il discorso del desiderio e del vissuto anche fisico dello stesso.

Confrontandoci tra noi, rielaborando quanto raccolto dalle voci di tutte le partecipanti, e sommando la conoscenza delle donne che si rivolgono allo sportello della Consultoria e delle problematiche che condividono con coi, ci siamo accorte che esiste ancora una scarsa conoscenza di sé – per i motivi più disparati, ma in fondo uniti da un unico filo conduttore.

La vagina, per esempio: questa sconosciuta!

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Di fronte all’ampia disponibilità di materiali di tutti i tipi su internet e alla libertà con cui si parla di sesso anche nei media, la parola vagina è sempre allusa e mai pronunciata: è un concetto onnipresente – “il motore del mondo”: in cronaca nera, come in quella rosa – e mai definito.

A questo primo incontro erano presenti una dozzina di donne, e tutte hanno accolto l’invito a portare una rappresentazione della propria vagina. Dopo aver letto un estratto de “I monologhi della vagina”, abbiamo dato il via a un laboratorio di creatività vaginale: un momento molto intimo e di condivisione rispettosa delle differenze, della timidezza, dell’esuberanza e delle caratteristiche di ciascuna. I disegni, le creazioni, gli oggetti sono stati tutti molto belli, e hanno portato alla luce diversi discorsi, che non è stato possibile approfondire e che ci ripromettiamo di riprendere al prossimo incontro.

L’esperienza è stata positiva, ma abbiamo incontrato alcune difficoltà su cui stiamo ancora ragionando, e che ci piacerebbe porre come riflessione a tutte le donne che vorranno contribuire – venendo a trovarci, partecipando agli incontri, scrivendoci…

Iniziare l’incontro con la lettura del libro ha creato un po’ di gelo. In generale, nell’immaginare e nel rappresentare la propria vagina le donne si muovono su un campo minato – minato dalle esperienze negative e di violenza, di discriminazione, di vissuto sessuale – ed estremamente intimo, che non sempre è facile mettere a nudo e condividere. Un conto è il racconto romanzato di un’esperienza a fini letterari, un conto è scegliere di confrontarsi a un livello così profondo, mettendo da parte le immagini precostituite e imposte dalla società (o che ci imponiamo tra noi). L’impressione è che il nostro immaginario sia influenzato da una visione sessualizzata, infantilizzata (“patatina”, e così via), de-materializzata (il fiore delicato), o performante-aggressiva.

Anche la rappresentazione scientifica può costituire in qualche misura una sorta di “velo”, perché oggettivizzare è comodo: hai una visione scientifica, corretta e dettagliata, ti conosci, ti tocchi, ma se ti devi rappresentare in modo “bello”, “piacevole”, e condividere, evidentemente si toccano corde più intime.

Stiamo quindi ragionando su questo: come possiamo costruire il nostro immaginario della vagina? E come la conoscenza di noi stesse ci aiuta in questo?

La materialità è forse il tabù più grande: si parla poco di odori, rumori, sapori, sensazioni tattili specifiche. Si è parlato del tatto nel senso del toccarsi, del conoscersi, e del fatto che questo può generare in alcune un senso di inadeguatezza. Riappropriarsi della materialità della propria vagina, al netto della vergogna che spesso accompagna questa materialità, è un primo passo di conoscenza.

La vagina è spesso associata alla delicatezza dei fiori, ma per noi è associata a concetti come forza, energia, resistenza. Ci sono tantissimi tabù che si rivelano strumenti di de-potenziamento: vorremmo definire meglio i nessi che li uniscono – li intravediamo appena, ma tenteremo di definirli meglio.

Nella non conoscenza del proprio corpo, c’è spesso anche il rifiuto di qualunque forma di modificazione del corpo. La vagina invecchia, come il resto del corpo, e il vissuto cambia. Crediamo che il carattere “intergenerazionale” degli incontri che stiamo portando avanti abbiano il pregio di rendere possibile un passaggio di racconti, vissuti ed esperienze, difficilmente praticabile altrove.

Vorremmo aggiungere infine due parole sul metodo femminista che vorremmo applicare. Occorre forse chiarire che non è un gruppo di auto-aiuto, non è una gara di creatività, non è in un corso un test selettivo per femministe e – cosa più importante – l’atteggiamento competitivo va messo da parte se si desidera un confronto fattivo. Tutte possono imparare da tutte, nessuna è esclusa perché impreparata scientificamente o ha un vissuto che ritiene problematico. C’è bisogno di una riflessione sulle modalità di gruppo mutuate dal maschile – modalità misuranti, goliardiche, superficiali, omogeneizzanti, e che non ci appartengono.

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