La maternità è un terreno di lotta!

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La maternità è un’istituzione, intangibile e invisibile, di cui dobbiamo continuare a parlare, perché le donne non dimentichino mai più che i nostri molti frammenti di esperienza vissuta appartengono a un tutto che non è di nostra creazione. La violenza carnale e le sue conseguenze; il matrimonio come dipendenza economica, come la garanzia per l’uomo di avere figli ‘suoi’; il furto del parto perpetrato contro la donna; il concetto di ‘illegittimità’ per il bambino nato fuori dal matrimonio; le leggi che regolano la contraccezione e l’aborto; il disinvolto commercio di pericolosi anticoncezionali; il negare che il lavoro svolto dalle casalinghe faccia parte della ‘produzione’; l’imprigionare le donne in catene di amore e di colpa; la mancanza di assistenza sociale per le madri; l’inadeguatezza delle strutture per l’infanzia in gran parte del mondo; la disparità salariale tra uomo e donna, che spesso costringe quest’ultima a dipendere dall’uomo; l’isolamento forzato della ‘maternità a tempo pieno’; il carattere occasionale della paternità, che dà a un uomo diritti e privilegi su bambini verso i quali si assume solo responsabilità minime; le condanne pronunciate dalla psicanalisi nei confronti della madre; l’atteggiamento della pediatria ufficiale secondo cui la madre è incapace e ignorante; il peso della fatica emotiva sostenuto dalla donna nella famiglia – tutto ciò è il tessuto connettivo di questa invisibile istituzione e determina il nostro rapporto con i nostri figli, che ci piaccia o no. Poiché tutte noi abbiamo avuto una madre, l’istituto tocca tutte le donne e – anche se in forma diversa – tutti gli uomini. La violenza e l’insensibilità patriarcale vengono spesso trasmesse ai bambini dalle madri. […]

L’istituto della maternità deve essere annullato. […]

Distruggere l’istituto non significa abolire la maternità. Significa portare la creazione e il mantenimento della vita sullo stesso piano di decisione, lotta, sorpresa, immaginazione e razionalità di qualsiasi altro compito arduo ma liberamente scelto.

Adrianne Rich (1976)

La maternità non è un fatto naturale, esterno alle relazioni sociali e ai rapporti di potere, ma un terreno di lotta!

Per approfondire la riflessione volentieri segnaliamo il ciclo di riflessioni sulla maternità presentato ne “il Colpo della Strega” – la trasmissione del collettivo femminista Medea su Radio Blackout.

Maternità e lavoro

L’idea di maternità è da sempre culturalmente e socialmente costruita in modo funzionale al sistema produttivo vigente

Una breve rassegna stampa di alcuni articoli usciti nelle scorse settimane che hanno stimolato una serie di riflessioni e di ragionamenti sul tema.

Il primo riguarda l’annuncio di Facebook e Apple che hanno deciso di offrire alle loro dipendenti la possibilità di congelare i propri ovuli per permettere loro di far carriera. Cosa significa pretendere di fare figli a 50 anni? Di voler essere madri a tutti i costi?Quanto e quando la maternità è una scelta libera e consapevole e non un bisogno/desiderio indotto? La realizzazione di una donna passa per forza attraverso l’essere madre? Quanto è stigmatizzata la scelta di non fare figli? E quanto dolorosa e inaccettabile l’opzione di non poterne avere?

L’altro articolo presenta la maternità come un master che agevolerebbe le donne nel farsi strada nel mondo del lavoro e nel gestire il proprio ruolo di leader. La maternità sarebbe una sorta di palestra di leadership al punto che le presunte “supercapacità materne” potrebbero essere usate anche al di fuori del contesto privato/famigliare. Esperienze personali che vengono dunque messe a frutto per essere inserite pienamente nel processo di valorizzazione capitalistico, in un discorso che pretende di includere l’istinto materno in una dimensione innata e biologicamente/naturalmente appartenente alle donne.

Madri e mostri

Visto il grande interesse suscitato, continuiamo a parlare di maternità a partire dai recenti casi di madri accusate di aver ucciso il proprio figlio. Funzione riproduttiva e “istinto materno”, costruzione dei ruoli e dei generi, maternità e infanticidio, costruzione mediatica del mostro, il ruolo del mostro come autoassoluzione sociale… questi alcuni dei temi che abbiamo trattato.

Naturalmente, la storia di Ragusa come le altre che offre la cronaca, non ci interessa per trattarla in sè, come caso ( giudiziario, psichiatrico, giornalistico), ma per l’analisi dei discorsi che essa solleva, come fatti culturali.

Quale idea della maternità (e del femminile) sta alla base dei discorsi di media, magistrati, psicologi e psichiatri, del discorso della medicina e del discorso penale e del senso comune? Quale idea di donna e di madre è costruita culturalmente e socialmente? Come, quando, perché e a cosa servono i “mostri”?