Antigone tra le mura

Antigone rappresenta, nella drammaturgia greca, la ribellione all’ordine costituito. Insubordinazione ancora più carica di senso, perché lei, donna e straniera, contravviene anche alle regole sociali che la vorrebbero sottomessa e rispettosa della volontà dell’uomo. Olga e ReFe Milano vi invitano allo spettacolo teatrale “Antigone tra le mura”, messo in scena dal gruppo teatrale di donne “Grazie al caso” di Roma. Lo spettacolo nasce a seguito dell’operazione Ardire, che il 12 giugno portò in carcere dieci persone, anarchiche/i, con l’accusa di terrorismo. La volontà è di portare fuori il mondo di dentro, di sbriciolarne le mura, di ridare la libertà a chi è rinchiusa/o, di urlare l’infamia del carcere, di riprenderci le/i nostre/i compagne/i.

Lo spettacolo si terrà sabato 17 maggio alle 15.30 in via Bramantino angolo via Jacopino da Tradate. A seguire, presso la Mandragola, il dibattito “Il carcere nelle nostre vite”. Alle 19 ricco buffet vegan benefit per le/i detenute/i.

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Antigone, figlia di Edipo, decide di dare sepoltura al fratello Polinice contro la volontà del Re di Tebe, suo suocero, Creonte. Per quest’atto di volontà contro l’ordine regio verrà condannata ad essere sepolta viva in una caverna fuori dalla città. Quando, mosso a pietà dalle parole dell’indovino Tiresia, Creonte decide di aprire l’antro e darle la grazia, la troverà morta impiccata.

Antigone, opera di Sofocle del 440 a.C., è anche il primo personaggio femminile, umano (Medea era invece una semidea) della drammaturgia greca che fronteggia con la propria azione l’autorità, mettendone in discussione il dominio e la legittimità morale. La polis greca era affare di uomini: l’insubordinazione di Antigone, donna e straniera, si carica quindi di senso. Contravviene ad una tradizione sociale in cui la donna è oggetto e non soggetto, contrappone alla forza del potere imposto la ragione di un’etica propria, fa della sua volontà azione secondo un principio di giustizia autonomo. Le sue argomentazioni non hanno bisogno di spiegazioni: sono immediate, fisiche, emotive, sensibili prima ancora che intellettuali. Tra le mura in cui la immaginiamo, Antigone attraversa il corpo di ognuna di noi, e noi le restituiamo, con ogni personaggio, la voce: diventa un coro di Antigoni, di donne rinchiuse oltre le mura delle carceri-caverne di tutto il mondo.

Per analogia ci facciamo portavoci di Antigone in carne ed ossa, perché quando la repressione colpisce una, attraversa il corpo di tutte, perché di ogni carcere vorremmo l’annientamento, di ogni prigioniera la libertà, di ogni gerarchia il lontano ricordo. Antigone tra le mura germoglia a causa dell’operazione Ardire che il 12 giugno 2012 ha portato in carcere dieci persone, anarchiche/i, con l’accusa di terrorismo. E’ una risposta spontanea alla repressione: la bocca che morde il dito che gli intima il silenzio.

Il carcere non è, ad oggi, la fucina rivoluzionaria che romanticamente vorremmo. Niente ha a che fare con le narrazioni di quello che era trenta o quaranta anni fa. Come la società, di cui è specchio, il carcere è cambiato. Sono diverse la popolazione detenuta, le modalità e le ragioni dei conflitti interni tra detenuti e carcerieri, le tecniche di repressione, gli obiettivi interni della detenzione, le forme del contenimento e della spersonalizzazione. Che entrarci ed uscirne serva allora per portare fuori un bagagli di conoscenza, un’esperienza sicuramente non esaustiva ma che possa comunque essere una testimonianza utile, un racconto personale e politico allo stesso tempo. Inevitabilmente – anche se il desiderio viaggia costantemente e dolorosamente in direzione contraria – uscire implica dover lasciare dentro le compagne con cui si sono condivisi il tempo, la gioia, le risate, riflessioni, progettualità e la resistenza. Un pezzetto di vita insomma. Le voci di Antigone sono la volontà di portare fuori il mondo di dentro, di sbriciolarne le mura, di ridare la libertà a chi è rinchiuso, di urlare l’infamia del carcere, di riprenderci i nostri e le nostre compagne.

Ad aver unito le “Grazie al Caso” è stata anche una tensione condivisa fatta di volontà, di desideri viscerali, di amore per la libertà e di rabbia per la sua negazione. L’abbiamo trasformata in un percorso, in un movimento corale, in un canto, in una poesia. E’ un modo di elaborare contenuti e di portarli fuori. Così, per caso (che ringraziamo), ci siamo incontrate ed abbiamo immaginato un modo informale e non assembleario di condivisione e di riflessione, e che sta diventando anche una cassa di resistenza al carcere per dare un sostegno alle famiglie delle compagne/i ancora detenute/i.

All’ardire della repressione rispondiamo con l’ardore delle nostre idee più viscerali, con la ragione dei nostri desideri, con la costanza delle nostre azioni, con l’amore per la libertà e con rabbia.

Le “Grazie al caso”.