Erinna non deve chiudere!!

Chiudono i Centri antiviolenza

 

Quando ho conosciuto C. B. il suo volto era provato e lei non sapeva dove andare. Giovane, con due figli, vessata da anni di violenza domestica, non sapeva che nella sua zona c’è un posto in cui le donne vengono aiutate a uscire da incubi come il suo. Quando l’accompagnai al centro antiviolenza “Erinna” di Viterbo era emozionata, tesa, ma quando Anna Maghi, che dirige il centro da anni, la fece accomodare sul divanetto e con un modo apparentemente informale si fece raccontare tutta la sua storia per compilare la scheda, cominciai a vedere il volto di C. B. trasformarsi sotto i miei occhi: quella donna percepiva la reale speranza di tornare a vivere.

Oggi C. B. sembra un’altra persona, si trucca, si veste carina, si scioglie i capelli, ma non sa se potrà concludere il suo percorso, perché la Provincia ha annullato i suoi impegni con il centro antiviolenza di Viterbo, che rischia di chiudere i battenti per sempre (video: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=qrJc0KvZWs4&#8243; target=”_blank”>http://www.youtube.com/watch?<wbr></wbr>v=qrJc0KvZWs4).

“È una cosa assurda – spiega Anna Maghi – prima abbiamo dovuto elemosinare i finanziamenti che erano stati già stanziati per il 2010 e che sono arrivati solo adesso, poi ci è arrivata una lettera in cui veniva disdetto il servizio retrocedendo la scadenza al 1° gennaio 2011, mentre il nostro mandato scade a febbraio 2012, perché il presidente della Provincia, Marcello Meroi (ex-An, ex Fronte della Gioventù, ndr), ha deciso di mettere a bando i soldi che ancora ci spettano. La cosa ancora più incredibile è che Meroi era venuto l’11 marzo da noi dicendo che un posto così non doveva chiudere, mentre oggi non solo vuole farci chiudere prima che il mandato sia concluso, ma dice anche che i soldi che ci hanno dato in questi anni sono stati concessi ‘alla buona’, come se non avessimo la professionalità o la competenza per seguire queste donne, dopo anni che ci lavoriamo. Infine, ammesso che questo bando si faccia e magari sia vinto da una onlus migliore di noi, prima di arrivare a una graduatoria quanto tempo passa? E dove vanno le donne nel frattempo? Smettono di essere violentate o maltrattate? Noi facciamo tutto il lavoro in due e le operatrici sono volontarie, i soldi ci bastano appena per pagare l’affitto e le utenze, e se penso che per il centro antiviolenza ci fanno sospirare 20mila euro mentre per San Pellegrino in fiore (una manifestazione commerciale che si svolge a Viterbo, ndr) ne sono stati dati 300mila, mi vengono i brividi”.

In realtà le sostituzioni sarebbero già pronte perché a Viterbo è nata un’organizzazione che sostiene le vittime di violenza e che si chiama “Donne per la sicurezza” e che, grazie all’impegno del coordinatore provinciale Giuseppe Rea, sta prendendo piede portando avanti una metodologia che mette sullo stesso piano la violenza maschile con quella femminile anche se, come recita la presidente Barbara Cerusico: “Nel caso in cui  l’uomo subisce violenza all’interno della coppia, che in genere è sempre una violenza psicologica, lui tende a tacere per una forma di vergogna o per paura di essere ridicolizzato”. A loro si aggiungono le suore di Santa Teresa di Calcutta che fino a un po’ di tempo fa ospitavano solo donne incinte o con bambini piccoli, tenute strettamente sotto controllo, ma che ora ospiterebbero anche vittime di violenza sessuale con programmi e percorsi difficili da immaginare. “L’estate scorsa ci ha chiamato una ragazza per un avere un attestato per un corso fatto da noi che le serviva per fare il tirocinio presso queste suore – conferma Maghi – e io mi sono un po’ sorpresa quando me l’ha chiesto perché non so come possa intervenire un’organizzazione religiosa su delicate dinamiche psicologiche, anche di coppia, e soprattutto su consulenze legali sulla violenza”.

Un fatto importante è la stata la risposta delle donne a questa chiusura del centro antiviolenza: “Qui è successo di tutto – conclude Maghi – c’è stata una rivolta delle donne, una ragazza ha detto che se chiudiamo si incatena alla Provincia e fa lo sciopero della fame. Si è fatta anche una riunione con diverse organizzazioni ed è stata indetta una manifestazione a sostegno di Erinna per il 28 luglio a Viterbo. Ci ha chiamato anche Isabella Rauti dicendo che un centro come il nostro non deve chiudere e ha chiesto un incontro con noi. Ora però basta, non si tratta di salvare il nostro centro ma tutti i centri antiviolenza in Italia che rischiano di essere spazzati via. La mia proposta è che ogni comune della provincia paghi una piccola tassa perché un centro antiviolenza appartiene a tutta la comunità”. Erinna comunque non vuole chiudere e sospenderà solo le nuove accoglienze continuando a pagare l’affitto fino ad aprile 2012 per garantire la presenza e anche la presentazione del libro fatto con le adolescenti sulla rilettura delle fiabe per bambine.

Il rischio chiusura però c’è e non solo a Viterbo perché, come già annunciato a novembre dell’anno scorso in una conferenza stampa pubblica dall’Associazione Nazionale D.i.re che coordina quasi 60 centri antiviolenza in tutta Italia, il pericolo di sospensione di servizi sociali specifici sulla violenza di genere con strutture avviate da anni, è reale. Oggi D.i.re è di nuovo pronta a mobilitarsi per difendere il diritto delle donne e per far valere il lavoro che da anni porta avanti su tutto il territorio nazionale con psicologhe e avvocate specializzate sulla violenza di genere.

“Noi già da 3 anni non abbiamo finanziamenti pubblici e andiamo avanti con feste e sottoscrizioni, ma non ce la facciamo più e se va avanti così penso che chiuderemo”, dice Carmen Currò che dirige il CE.DA.V di Messina dove ormai sia la Provincia che il Comune non danno più finanziamenti di nessun tipo. “Il nostro centro è nato nell’89 – continua – ed è il più antico della Sicilia ma i tempi in cui abbiamo avuto finanziamenti da enti locali sono lontani. Ormai siamo al disastro: nonostante sia stato approvato da tempo anche in Italia un Piano Nazionale contro la violenza di genere, con diversi milioni di euro da distribuire sul territorio da parte del Ministero delle Pari Opportunità (http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/primo-piano/1787-carfagna-lal-via-primo-piano-nazionale-antiviolenzar, ndr), qui non vediamo un soldo da tempo. È come se ci fosse una volontà chiara di farci morire e con noi di far morire anni di esperienza, studi, percorsi, con donne che hanno ricominciato a vivere grazie a noi. Ma se noi chiudiamo, e non parlo solo di Messina, queste donne dove andranno? A chi si rivolgeranno? Sarà un grosso problema sia per le istituzioni che per tutto il Paese”.

A Catania Loredana Piazza, che coordina il centro Thamaia, dice che le istituzioni “sembrano sorde, e sembra che quello della violenza sia l’ultimo dei problemi. Anche se la Provincia ogni tanto ci ha aiutate, noi oggi non ce la facciamo più perché ogni anno rischiamo di chiudere la porta in faccia alle donne che vengono da noi devastate. Perché dobbiamo campare grazie al nostro padrone di casa che ci fa credito e alle ragazze che lavorano qui gratis? Inizi un progetto e non sai se lo potrai finire: si può lavorare così con donne che hanno subito violenza e che magari hanno anche bambini? Abbiamo fatto un progetto di educativa domiciliare con minori che faticosamente riprendevano rapporti familiari dopo le violenze, ma ce lo hanno finanziato i valdesi. A volte sono le donne stesse che, una volta recuperate, ci fanno donazioni, mentre le istituzioni cercano di farci morire togliendo un servizio essenziale per la società”.

Ma se le donne continuano a essere stuprate, maltrattate e uccise con un aumento sensibile sia dei femminicidi in Italia che della violenza domestica in tutta Europa e su cui lo stesso Parlamento europeo ha dato diverse indicazioni come quella di tener conto delle associazioni e delle Ogn che già lavorano sul territorio, perché lo Stato italiano, gli enti locali, le istituzioni di ogni colore e partito non recepiscono il messaggio?

Noi campiamo con piccoli progetti, donazioni, volontariato e abbiamo tantissime donne che ci chiamano. Siamo state già costrette a chiudere la casa rifugio l’anno scorso perché non avevamo più soldi – dice Vichi Zoccoli del centro Roberta Lanzino di Cosenza – e solo adesso, dopo un anno di buco, la Regione ha deciso di fare un bando, utilizzando però la legge regionale per i finanziamenti antiviolenza a favore dei centri di ascolto e lasciando sottintendere che potrebbe finanziare qualsiasi progetto gestito da donne senza tener conto della specificità che un centro antiviolenza deve avere. Ma la cosa più assurda è che poi, per darti il finanziamento, chiedono una fideiussione: se un’associazione di volontariato potesse farla non avrebbe bisogno dei soldi per sopravvivere. Sono 22 anni che lavoriamo e ogni volta mi sento umiliata a cercare soldi come se fosse la prima volta”.

Pensare di poter affrontare un problema come questo con strutture che ormai vivono alla giornata, è una follia. L’emergenza è totale, e parlare di sicurezza riducendo alla fame strutture che hanno alle loro spalle un bagaglio di esperienza e di lavoro accumulato negli anni, è un suicidio, è la vergogna di un paese. “Qui a Roma siamo tutte volontarie, non abbiamo nessun finanziamento – dice Daniela Amato del Centro Lisa – e i soldi li troviamo con quote associative, progetti nelle scuole, formazione, e l’unica cosa che abbiamo chiesto è stata l’assegnazione e il riconoscimento dello scopo sociale del locale dove stiamo che è di proprietà dell’Ater e dove noi abbiamo sempre pagato un affitto che non ci possiamo più permettere. Secondo una legge regionale noi potremmo usufruire di questa norma ma l’Ater non ce l’ha riconosciuta e oggi siamo sotto sfratto con un debito di 20mila euro di arretrati che non sappiamo dove trovare. Abbiamo più di 300 donne all’anno che vengono da noi, facciamo prima accoglienza, consulenza gratuita e abbiamo uno sportello informativo. Non abbiamo voglia di lasciare tutto perché non viene riconosciuta una cosa che ci spetta”.

Non succede solo al centro-sud, anche al nord la nave affonda. A Gorizia il centro antiviolenza Associazione S.O.S. Rosa ha avuto una riduzione drastica dei finanziamenti, mentre a Belluno è successo un disastro: “Abbiamo aperto nel 2003 una casa rifugio e una casa di accoglienza – racconta la responsabile Margherita De Marchi – e abbiamo vissuto con il volontariato ma il periodo duro è iniziato quando i finanziamenti sono stati quasi cancellati. Nel Veneto non c’è una legge che dia un ruolo specifico ai centri antiviolenza, di solito la voce è Centro servizi volontariato e si tratta sempre di piccole cifre. Poi qualche mese fa nella casa rifugio c’è stato un incidente grave e i locali si sono completamente allagati. Noi avevamo l’assicurazione ma i danni sono enormi e non solo abbiamo dovuto sospendere l’attività ma adesso dovremo metterci i soldi di tasca nostra perché le istituzioni non ci aiutano. Siamo stremate. Se poi pensi che l’osservatorio nazionale di Verona ha contato addirittura circa 80 case di accoglienza nel Veneto, ti chiedi: ma dove sono? cosa contano? In realtà nel conto ci mettono tutte le associazioni che lavorano con diversi tipi di disagi anche se quello sulla violenza di genere è un lavoro diverso che richiede una professionalità specifica. La verità è che la definizione di centro antiviolenza in Italia non c’è, è vaga, è come se il problema non esistesse, non riguardasse le persone finché non ci sono dentro. Io sono 12 anni che lavoro sulla violenza e pensavo fosse dura soprattutto all’inizio ma invece è sempre una lotta, pensi di aver fatto un passo in più e invece sei di nuovo indietro. Continuare a elemosinare per fare un lavoro che serve a tutti, è uno scandalo”.

Luisa Betti da Il Manifesto 19/97/2011